La “fuga dall’Egitto” (i sovranisti fautori dell’ ”exit”) e gli atti di guerra al Faraone (l’Unione europea)

“Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno… ogni Cristo scenderà dalla Croce anche gli uccelli faranno ritorno”. Tutti ricorderanno la frase celebre della canzone di Lucio Dalla (L’anno che verrà, 1979); ma come afferma sagacemente il prof. Leonardo Becchetti (nel suo “Neuroscettici”, Rizzoli, 2019) non tutti ricordano che è stata per anni, e lo è ancora, uno dei punti chiave dei programmi di alcune forze politiche. Una sorta di “fuga dall’Egitto” atti di guerra al Faraone (l’Unione europea) per traghettare finalmente il popolo fuori dalla moneta unica per raggiungere la terra promessa della sovranità monetaria e non (Crystal clear).

Ma l’Unione Europea è effettivamente il Faraone cattivo da cui fuggire? E il popolo italiano sta vivendo male (solo) dal 1° gennaio 2002, una sorta di schiavitù d’Egitto, a causa della moneta unica? O a causa d’altro?

L’Unione europea non è sicuramente l’El Dorado ma è pur sempre uno scudo protettivo (per tutti!) alle interferenze esterne; ingerenze economiche, finanziarie e, soprattutto, politiche. Il motto latino “divide et impera” chiarisce ciò che voglio dire: USA, Russia e Cina (per citarne tre!)– con metodi diversi – non gradiscono una Unione europea (circa 450 milioni di abitanti) forte e coesa. Mi sembra chiaro.

É altresì evidente che il sistema UE così come lo vediamo oggi non funziona più. In ogni caso bisogna dare risposte ai cittadini. Alla povertà, alla distribuzione della ricchezza, al lavoro per i giovani. Queste sono tre priorità dell’Unione europea del futuro, per l’Unione dei cittadini.

Tuttavia, sempre nella prospettiva della parità di trattamento e la non discriminazione dei cittadini, altre problematiche affliggono l’Unione Europea. Non meno gravi; anzi collegate alle tre priorità sopra elencate: la mancanza di equità fiscale.

Ad esempio la mancanza di armonizzazione fiscale tra Stati membri tra i quali riscontriamo, all’interno dell’Unione europea, una sorta di “empirei” fiscali come il Lussemburgo, i Paesi Bassi (ndr: la tanto rigorista Olanda), il Regno Unito (che nonostante Brexit vorrebbe rimanere a condizioni favorevoli), l’Irlanda. Il Portogallo che attrae pensionati da tutto il mondo, ma soprattutto dall’interno del mercato unico europeo, facendo pagare loro un’inezia in termini di imposte sulle loro pensioni. Il che sollecita una sorta di “transumanza di pensionati” è sottrae risorse al nostro Paese sostenendo la domanda interna di quel Paese e non la nostra. Per non parlare anche di Cipro, Malta ed Ungheria.

Quindi, se i governi degli Stati membri vorranno proseguire nel processo di integrazione europea, è imprescindibile uscire da questa crisi elaborando nuove politiche e nuove procedure decisionali sempre più “vicine ai cittadini”. E senza indugio elaborare una ottimizzazione fiscale che possa portare ad una politica fiscale comune perfezionando altresì dell’UEM e l’Unione bancaria.

A proposito del (ri)acquisto della sovranità monetaria ricordo che, a fronte degli slogan che vengono propinati quotidianamente, non è sufficiente stampare moneta a volontà come alcuni ritengono, giacchè la moneta è un bene intangibile meramente convenzionale il cui valore dipende dalla reputazione di chi la produce. In poche parole è la fiducia nello Stato nel suo complesso, nel suo governo, nella sua stabilità, che  attribuisce o a toglie la fiducia dei mercati e degli altri Stati. Peraltro, com’è noto, oggi il mercato finanziario/monetario internazionale propone nuove frontiere aldilà delle monete convenzionali: siamo nell’era dell’anarchia monetaria tra bitcoin, criptovalute, algoritmi e quant’altro (ad esempio il sistema di pagamenti Sardex).

Sicuramente in futuro l’evoluzione tecnologica avrà un ruolo fondamentale è bene che tutti lo comprendano e che non ci si può sottrarre allo sviluppo tecnologico.

Per i fautori della “fuga dall’Egitto” Italexit vorrebbe dire accedere alla felicità. Mah! A me pare che anche i britannici, a ben vedere, mostrano qualche perplessità nell’esecuzione della loro Brexit. Un’uscita unilaterale dall’euro sarebbe per l’Italia un po’ come gettarsi dal quarto piano se c’è odore di bruciato in cucina invece di ricercare le cause e risolverle insieme (Becchetti).

Ricordo il nostro ampio debito pubblico tenuto sostanzialmente da risparmiatori stranieri. E a questo riguardo ricordo anche le clausole cosiddette “CAC” (clausole di azione collettiva del MES) ovvero quelle clausole che i creditori stranieri potrebbero far valere dinanzi ai tribunali, all’indomani dell’entrata in vigore della “nuova Lira “ o “Lira2” facendo valere il loro diritto di essere pagati in euro e non in una moneta diversa.

Quindi ritorna il discorso sulla fiducia dei mercati e delle persone.

Facciamo il caso dei famosi eurobond, o come volete chiamarli, in sostanza si basano su di un atto di fiducia collettiva, se preferite di solidarietà. Di condivisione del debito. Solidarietà e fiducia tra Stati membri (e mercati) che in questo momento storico sono assolutamente assenti.

Il tema del “capitale sociale” europeo, e quindi della fiducia, è una delle più importanti frontiere nella ricerca economica sociale, nazionale, europea, internazionale. Condividere la fiducia e condividere le risorse finanziarie, così come pure condividere eventuali rischi non sono un problema tecnico, sicuramente risolvibile, ma semplicemente un problema politico dominato e provocato dalla (mancanza di) fiducia.

La futura Unione europea della quale si dibatterà nei prossimi anni, quale che sia  la forma di governo che avrà; in ogni caso dovrà (ri)partire non solo da questi punti sinteticamente segnalati, da queste poche considerazioni, bensì guardando indietro di trecento anni… alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti del 1776 il cui principio ispiratore (influenzato da Gaetano Filangieri) è il raggiungimento della felicità dei propri cittadini.

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