Bye bye “metodo comunitario”!
É l’Unione dei governi

In questi giorni di pandemia siamo tutti più irascibili ammettiamolo. In tempi di difficoltà che si protraggono, di privazioni, restrizioni e sospensione di diritti e libertà da tempo acquisiti (mi correggo: dati per scontati), è comprensibile manifestare sentimenti di sfiducia e di incertezza per il futuro. E nei confronti di chi ha responsabilità di governo a tutti i livelli, locale, regionale, nazionale, europeo. A questo riguardo, quotidianamente, l’Unione europea (UE) è additata da molti (cittadini, politici e mass media) come la causa di tutti i nostri mali. Spero che non si pensi che l’UE abbia provocato la pandemia Covit-19! L’Unione (“l’Europa”) è al centro del dibattito dei mass media nel bene (poco) e nel male (moltissimo). Vediamo perché. Vorrei fare, tuttavia, una breve notazione a me stesso.Se l’Unione europea è diventata una “matrigna” (come parte di cittadini ritengono), un’entità opprimente, senza solidarietà e senza umanità tra gli Stati membri e i Popoli d’Europa avvezza soltanto a distinguere i buoni (cicale) dai cattivi (formiche), il nord (efficiente) dal sud (indolente) e l’est (sciovinista) dall’ovest (decaduto)…allora mi sono sbagliato. Se l’Unione europea e l’intero processo di integrazione europea (dopo circa 70 anni) non ha fatto nulla di buono per i cittadini e, di conseguenza, è da additare (come molti reputano) come la “causa di tutti i nostri mali”… allora mi sono nuovamente sbagliato.Se l’Unione europea è percepita da taluni come un carrozzone sgangherato (comandato dalla Germania) che pretende soltanto dagli Stati e poco o nulla restituisce ai cittadini; se nell’immaginario collettivo l’Unione europea è percepita come “il capro espiatorio delle disgrazie che affliggono la maggior parte del continente europeo”… allora vivo su di un altro pianeta. Ma non credo…sono pienamente con i piedi sulla terra e non mi ritengo un’europeista zelante – come dire sempre e comunque “für Europa“ – ottuso e con i paraocchi. Anzi. Sono il primo critico di come sta (non) funzionando l’Unione europea negli ultimi anni. In particolare dal 2008 ad oggi: senza tregua da una crisi (Lehman Brothers) all’altra (Covid-19). Differente nelle origini ma simile negli effetti. Devastanti sul piano sociale ed economico. E della solidarietà europea (come vedremo). Riflettendo, entrambe crisi “esogene” che provengono dall’esterno dell’Unione europea (e dell’Europa continentale) non germogliando dall’interno. Questo è un dato. Quindi possiamo affermare che dal 2008 praticamente senza discontinuità siamo in difficoltà profonda dal punto di vista sociale, economico e, mi si consenta, psichico, emotivo. Una “guerra” secondo alcuni commentatori, soprattutto in relazione alla recente e perdurante pandemia da coronavirus. Se i fatti esposti sono riconosciuti da tutti come evidenti, non ipotetici, e non ci sono perplessità su quanto sottolineato, è possibile discutere in serenità e con buonsenso. La premessa è sembrata necessaria perché spesso gli eventi che si susseguono frenetici ci assorbono del tutto al punto da farci dimenticare l’oggettività degli avvenimenti (la cc.dd. “memoria corta”). Ovviamente, e va rimarcato, nel rispetto delle altrui idee e ideologie perché “il mondo è bello” proprio per questo e, per grazia di Dio, siamo ancora in un Paese democratico nel quale la libertà di espressione è un diritto/valore costituzionalmente garantito (ma anche dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e dalla Carta dei diritti fondamentali UE), giacché, come recita l’articolo 21 “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ci sarebbe da dibattere sulle fake news che appaiono quotidianamente sui social e sulla loro posizione in ordine al (diritto di manifestare il proprio pensiero e) al corrispondente dovere di non affermare e divulgare il falso. Mi astengo in questa occasione dall’annosa questione tutta figlia dei tempi e della tecnologia dell’informazione. Poc’anzi ho parlato di emotività. Meglio dire le cose come stanno: la sensazione prevalente che la maggior parte dei cittadini oggi manifesta (non solo sui social ma anche nelle statistiche ufficiali) è la paura, il terrore di non farcela, di panico, di sgomento, di angoscia per il futuro. Ora come allora. Dalla crisi Lehman Brothers alla pandemia Covid-19. Oggi come allora ce la faremo e saremo liberi nel rispetto di tutti e delle leggi “Servi legum sumus, ut liberi esse possimus”, 146, Marco Tullio Cicerone). Ma non cerchiamo le responsabilità, il capro espiatorio “al di fuori” di noi stessi, incolpando, ora l’Unione europea, ora l’ONU, ora, il FMI, l’OMS ecc. poichè, nel bene e nel male – spiegherò più avanti che intendo – proprio la nostra partecipazione a questi organismi ci assicurano (senza che noi ne percepiamo la valenza) uno scudo e una protezione che non potremmo altrimenti avere. Eppure le dichiarazioni che prevalgono in questi difficili momenti storici (riscontrabili a tutte le latitudini) vanno nella direzione opposta: “America First”, “Prima l’Italia o “gli italiani””, “Brexit”, così come pure il nazionalismo russo, turco, brasiliano, ungherese e dei Paesi UE di Visegrad e così via. Si avverte la crisi del multilateralismo – che pure ha garantito l’ordine mondiale dal dopo guerra – e, forse, crisi delle democrazie liberali. Sgombriamo il campo da equivoci: l’Unione europea (Comunità) degli anni ’50 ’60 ’70 e (forse) ‘80 non esiste più.  Non esiste più né l’”Europa romantica” dei pensatori e degli uomini di cultura di inizio secolo scorso – tra i più noti Spinelli, Monnet, Schumann, Spaak, Adenauer, De Gasperi – né l’Europa della solidarietà diffusa e degli interessi comuni. È un dato di fatto. Se non cambierà nel prossimo futuro, dobbiamo considerare il processo di integrazione europea come “una necessità” (inevitabilità) che va oltre la volontà politica dei governi: vale a dire la somma degli interessi dei governi degli Stati membri, non già un’obiettivo comune da realizzare (l’Unione politica? la politica economica comune? La fiscalità comune ecc.). Il processo di integrazione europea è un processo irreversibile (che lo si capisca o no, che lo si voglia o no). Il fenomeno “Brexit” e le sue difficoltà intrinseche ne è un’esempio tangibile. Per spiegare meglio: l’integrazione europea tra Stati membri, istituzioni specifiche e Popoli europei ha subito una importante frenata. Non da ultimo. Dopo la realizzazione del Mercato (unico) europeo – con le quattro libertà garantite e tante politiche “comunitarizzate” – delle regole antitrust europee e della moneta unica (e mi piace qui ricordare l’Europa dei diritti, delle Carte e delle Corti), ci si attendeva un’accelerazione verso l’unione politica; oppure la definizione di una reale politica economica Ue, ovvero una fiscalità comune. Tutto ciò non si è realizzato in tanti anni di integrazione mantenendo a tutt’oggi un’ordinamento zoppo e parziale sia dal lato delle competenze sia sul versante delle decisioni. Come mai? A chi attribuire le cause? 1°) L’Unione è un’ente non già a competenze universali (come lo Stato) bensì con competenze strettamente e rigorosamente attribuite dagli Stati membri; quindi al di fuori di competenze specifiche dell’Unione (esclusive e (talvolta) concorrenti) le istituzioni UE non hanno un potere decisionale illimitato bensì vincolato; 2°) i governi degli Stati membri anche in talune materia “trasferite” nella sfera di competenza UE, ne hanno deliberatamente depotenziato l’efficacia (nei Trattati) stabilendo “paletti” al momento della decisione finale. Vale a dire, nelle materie più sensibili (immigrazione, politica sociale, politica estera ecc.) – ancorché previste dai Trattati UE – i governi degli Stati membri ne hanno vincolato la conclusione dell’iter legislativo delle istituzioni (Commissione, Parlamento europeo e Consiglio UE) al loro determinante voto all’unanimità in sede di Consiglio UE, fugando così qualsiasi dubbio su chi, alla fine, deve decidere nel sistema istituzionale UE. Dal Trattato di Lisbona firmato nel 2007 si evince che gli Stati membri vogliono integrarsi…ma non troppo! Sicchè da quando questo trattato è entrato in vigore nel 2009, a tutt’oggi (e sempre più) il profilo intergovernativo delle decisioni nell’Unione europea è evidente e il voto all’unanimità, spesso, ne ha provocato lo stallo. Bye bye “metodo comunitario”! (mi riferisco all’abbandono quasi generalizzato del bilanciamento dei poteri nella procedura decisionale che annovera l’interesse europeo (Commissione) contingentato dall’interesse dei cittadini (Parlamento europeo) e dall’interesse dei governi nazionali (Consiglio UE). Ma a chi attribuire tutto ciò? All’”Unione” come si sente affermare quotidianamente o ai governi degli Stati membri? Peraltro, è disgustoso che gli stessi rappresentanti dei governi nazionali allorché fanno affermazioni sul piano nazionale, additano loro stessi le colpe genericamente “all’”Unione” invocando una “Europa” migliore ovvero apostrofandola con epiteti e slogan populistici del tipo “Europa matrigna”, “carrozzone sgangherato”, “Europa delle Banche” e quant’altro. Mi chiedo (per riflettere ancora): come testè notato, le decisioni sia politiche che legislative (attribuite al’intera Unione europea) non sono fortemente nella sfera decisionale dei governi nazionali come si diceva poc’anzi? E chi dovrebbe migliorare questa Europa se non i governi degli Stati membri? Chi? Il Parlamento europeo non ha i poteri per modificare i Trattati e men che meno la Commissione europea. Questa tendenza populistica per ottenere il solo (breve) credito politico elettorale interno è un’atteggiamento da deprecare, sia da parte dei rappresentanti dei governi sia dell’intera politica. I cittadini britannici che hanno votato per la Brexit non hanno colpe maggiori del governo che li ha chiamati al voto referendario dopo una campagna elettorale contraria che durava, a dire il vero, già dal 1974. E non so se i cittadini britannici saranno più felici dei cittadini europei continentali. Si vedrà. Allora che aggiungere? Basterebbe conoscere per comprendere; riuscire a capire il vero dal falso (fake news); che lo si voglia o no dobbiamo stare insieme non abbiamo altro rifugio. USA, Cina e Russia non sono dei parners affidabili: a mio avviso non vogliono un’Unione europea forte e credibile sul piano internazionale e commerciale. Mi viene in mente l’espressione latina “divide et impera”. Dal che, con uno sforzo di sintesi, le proposte seducenti dei “pifferai” di turno avrebbero meno presa sull’opinione pubblica e si guarderebbe viceversa a come far valere gli interessi nazionali nella cornice europea e nelle sedi istituzionali. Questo è il punto. Se è vero che il processo di integrazione europea è un processo irreversibile allora occorre ripensare la nostra partecipazione all’Unione europea

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